Il cinema è fatto di immagini, storie e grandi emozioni. Dietro ogni produzione però esiste un lavoro silenzioso, fondamentale e spesso invisibile agli occhi del pubblico: quello di chi si prende cura dei dati, del workflow e della continuità dell’intero processo produttivo.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Paci, professionista del settore e docente del corso Digital Cinema: workflow e gestione dei dati dalla ripresa al montaggio di Demetra Formazione, per scoprire cosa significa lavorare oggi nel cinema digitale e perché questa figura è destinata a diventare sempre più centrale.
Mi muovo fra due mondi, quello del set e quello della post-produzione. In ripresa lavoro come D.I.T. (Digital Imaging Technician) e mi occupo di traghettare correttamente il materiale girato alla post-produzione; mi assicuro che i dati delle macchine da presa digitali siano integri ed esposti correttamente e consegno al laboratorio tutte le decisioni relative alla colorimetria dell’immagine, facendo in modo che il passaggio avvenga nella maniera più fluida possibile.
In post-produzione mi occupo del final grading del prodotto.
I dati sono la materia che dà forma all’immagine dal punto di vista tecnico. La corruzione di questi pregiudica la formazione dell’immagine stessa, pertanto vanno trattati con grande riguardo.
Il materiale deve essere copiato su più supporti, vanno allegati i metadati, vanno prodotti i giornalieri e i proxy per il montaggio, applicate le decisioni relative al colore prese sul set, e bisogna consegnare il tutto alla post-produzione con estensivo sistema di annotazione per rendere chiaro e sicuro il passaggio dal set ai reparti di post-produzione.
Significa avere una panoramica su tutto il processo di realizzazione di un prodotto audiovisivo, non concentrarsi solo su un unico stadio della lavorazione. Significa pensare ad un’unica entità, fatta di ingranaggi che devono lavorare concordemente in maniera ben oliata per avere meno problemi di comunicazione possibile.
Per fare questo vanno decise preventivamente le modalità di ripresa, va scelta l’attrezzatura tecnica, scelti i software che comunicano correttamente l’uno con l’altro, bisogna creare la documentazione tecnica e linguistica utile per far sì che nessuno si debba chiedere perché una cosa non funziona senza sapere a chi rivolgersi.
Tutto deve essere testato in anticipo, perché se qualcosa non funziona, potrebbe poi essere troppo tardi per porvi rimedio.
Diciamo che senza l’avvento del digitale decisamente non farei questo lavoro, perché tutta la mia professionalità è basata sulla tecnologia.
Tuttavia, l’avvento “dello strumento digitale”, ormai non più nuovo, è allo stesso tempo sopravvalutato e sottovalutato. Da una parte ben poco cambia, o dovrebbe cambiare, rispetto alle modalità di ripresa classiche in pellicola. Penso che si dovrebbe porre la stessa attenzione che si mette in un workflow tradizionale, ma spesso si tende a dare per scontati alcuni “automatismi” digitali.
Dall’altro lato, il digitale permette un grande abbattimento dei costi e una grande flessibilità che deve essere sfruttata per arricchire il processo produttivo. Ormai la qualità del digitale è innegabile e visibile a tutti.
Più che competenze mi soffermerei sulle qualità necessarie e le identificherei con le seguenti: pazienza, umiltà, studio, buona volontà e capacità di interfacciarsi in maniera gradevole con altre persone.
Fondamentale la consapevolezza che qualche rospo andrà ingoiato.
È fondamentale, ma non tutti possono sapere tutto, quindi un grado di specializzazione è necessario ovunque. L’importante è sapere a chi rivolgersi per ottenere quale informazione.
Sembra banale, ma già questo significa avere ben presente un certo tipo di workflow. In realtà, questo aspetto riguarda il cinema in generale, il digitale non ha cambiato nulla da questo punto di vista. C’è solo qualche professionalità in più, qualcuno in meno, e qualcuna che ha cambiato forma.
La democratizzazione della tecnologia spinge sempre più alla realizzazione di progetti one-man-band. Ma il cinema è un’arte collettiva, si realizza in più persone, e quando c’è un gruppo di lavoro bisogna comunicare e sapere da dove si parte per arrivare allo scopo prefissato.
Per fare questo è necessaria la coscienza e, per alcuni, la conoscenza di tutto il processo.
Gli sbocchi sono svariati. Conoscere le basi del processo di realizzazione può portare a seguire un percorso come Data Manager, D.I.T., Colorist, VFX Supervisor, Workflow Supervisor, Montatore, D.o.P., VFX Artist e via dicendo.
I mestieri sono tantissimi nell’ambito cinematografico, se si hanno le basi tecniche relative al workflow poi devi solo scegliere cosa ti piace e impegnarti.
Se lavori nell’audiovisivo come videomaker o simili, consiglio decisamente questo corso perché permetterà di avere una visione d’insieme su una macchina complessa più grande e affascinante di quella alla quale si è abituat*.
1. I tre film che porteresti sempre con te?
8 ½ di Federico Fellini, Hero di Zhang Yimou, Crimes of the Future di David Cronenberg.
2. Il programma o software che ti ha fatto perdere più la pazienza?
Tutti. Ad ogni aggiornamento.
3. Un errore professionale che ti ha insegnato qualcosa?
Sottovalutare un lavoro perché troppo facile.
4. Una tecnologia che secondo te cambierà davvero il futuro del cinema?
Spero che non sia l’Intelligenza Artificiale perché sarebbe un enorme impoverimento culturale.